Mad Men – Tutta una questione di stile

Tags: 
Condividi  
MySpace Facebook Google Bookmarks LinkedIn TwitThis
MAD-MEN 3

E’ sempre riduttivo condensare in un articolo un’opera complessa, ricca e di ampio respiro come questa.

Alcune serie sono chiare sin dall’inizio, giocano sulla ripetizione di ciò che hanno mostrato già dal primo episodio, perché devono tranquillizzare lo spettatore, garantirgli che tutto sarà come sempre e che alla fine dell’episodio, della stagione, della serie stessa, si giungerà a una risoluzione delle cose.

Mad Men è invece il racconto della Vita, e di tante vite, lungo il tempo della Storia, quella con la S maiuscola, che come nei racconti letterari, televisivi e cinematografici più importanti, è fatta di tante storie individuali che corrono intrecciate o parallele nel tempo e nelle stagioni.

Giunti alla fine della sua terza stagione, vogliamo cogliere l’occasione di parlarvi di una delle serie più belle importanti degli ultimi anni, e forse dell’intera storia della televisione.

Un modo per ringraziare chi di voi ha avuto la fortuna, l’intuito e anche la pazienza di seguirla dall’inizio.

Un modo per celebrarne il prestigio che si è guadagnata nel tempo, inclusa la recentissima ed ennesima vittoria ai Golden Globes.

Un modo per dirci fieri, in quanto Cult, di aver creduto in Mad Men sin dall’inizio, dando a voi l’occasione di scoprirla e di innamorarvene, e alla serie l’opportunità di arrivare a casa vostra. Chiamatelo coraggio, lungimiranza, o semplice follia, ma siamo felici e orgogliosi di averlo fatto.

Ed è anche un modo per congedarci dalla nostra serie Cult per eccellenza, augurandole buona fortuna ora che si trasferirà su FX, il nostro canale fratello della FOX.

Un successo a sorpresa

Mad Men ha riscosso a sorpresa un successo di pubblico, di critica e di costume ben al di là delle previsioni, rilanciando la fascinazione per gli anni ’50 e ’60, offrendo al contempo un punto di vista stimolante, valido e alternativo rispetto alle serie “di massa”, perchè osa e non si accontenta di giocare sui clichè e sul sicuro.

In America è cresciuta a tal punto in termini di ascolti, da raddoppiare gli spettatori a ogni stagione, e ha stracciato ogni record in quanto a premi: è l’unica serie nella storia della tv ad aver vinto 3 Golden Globes di fila, uno per ogni stagione, come miglior serie dell’anno, e due Emmy Award nella stessa categoria, con le prime due stagioni (e vedremo tra poco se anche qui, con la sua terza stagione, farà un’altra storica tripletta), più diversi emmy e golden globes per la miglior sceneggiatura, direzione artistica e interpretazioni, lanciando sulle platee internazionali un cast di sconosciuti, genialmente scelti dall’autore, come nel caso eclatante dell’attore principale, John Hamm (nei panni del protagonista Don Draper), diventato un divo e un sex symbol.

Mad Men ha portato fortuna a sé e a quelli che ci hanno lavorato, e ha dato soddisfazione e prestigio a noi di Cult: gli auguriamo la stessa sorte, ora e più di prima.

Mad Men: ovvero?

Ma cos’è Mad Men, di cosa parla, veramente?

Mad Men è uno dei rari casi in cui non è tanto o solo quello che succede, ma è l’ambiente e la descrizione dei personaggi a costituire il vero motore della storia e ad attrarre lo spettatore

Se ci limitassimo ai fatti, Mad Men potrebbe riassumersi così: una serie ambientata a New York tra la fine degli anni 50 e gli anni 60, quando la vecchia società legata ad una mentalità maschilista, razzista, e all’importanza delle convenzioni  sociali e delle formalità, è in procinto di cambiare con l’arrivo della cosiddetta liberazione dei costumi e delle minoranze (donne, gay, ebrei, neri, giovani).

I personaggi

I suoi personaggi ruotano attorno ad un’agenzia pubblicitaria, che per definizione lavora proprio sui trend e i bisogni della gente e della società, e quindi vivono questo passaggio più da vicino, ma anche con gli occhi cinici e onnipotenti di chi lavora manipolando i desideri e osserva le tendenze e gli stili per orientarli a scopi consumistici e di mercato, perché diventino “stili di vita”.

Espediente geniale, non solo perché attuale, colto e intrigante, ma anche perché permette di definire molti dei personaggi, attraverso il loro stesso lavoro, nel modo in cui si confrontano con la società.

E attorno a loro ci sono le loro mogli, figli, amanti, le vicende private e la competizione a volte positiva a volte scorretta, per mantenere il proprio status o realizzare le proprie ambizioni.

E intanto il mondo va avanti, le convenzioni si sfaldano, e tutti dovranno prenderne atto. Il tutto, però, con uno sviluppo lento, che ha il respiro della vita o di un lungo romanzo, senza la necessità di un colpo di scena ogni 10 minuti, che riempia quel terrore del vuoto che sempre più la tv, ma anche il cinema, sembrano voler colmare per paura di “annoiare” spettatori bisognosi di “emozioni”, col risultato spesso di annullare la sorpresa e le emozioni perché ce ne sono troppe.

Mad Men invece, bilancia, con rara perfezione narrativa e realizzativa, il disegno d’ambiente con l’evoluzione psicologica dei personaggi e le azioni che li contraddistinguono.

Sappiamo che Don è il leader carismatico dell’agenzia e della serie, l’uomo che tutte le donne vorrebbero avere, il padre e il marito ideale, l’irresistibile e accattivante compagno di bevute. E che ha molti segreti, un’identità e un passato nascosto, una voglia irrisolta di normalità ma anche l’incapacità di annullarsi e arrendersi alla vita coniugale e famigliare.

C’è la moglie Betty, di buona famiglia, stretta nelle convenzioni, la reginetta del focolare ma fredda con i figli e gli altri, adorante verso il marito ma in fondo incapace di dargli ciò che vuole, e nel tempo ripagata da Don con la stessa moneta, fatta di bugie e amanti, una vera doppia vita.

C’è il capo e amico di Don, Roger, padrone dell’agenzia, disincantato ma brillante, che non vuole crescere né prendersi responsabilità, vivendo nell’incoscienza dei suoi comportamenti (beve, fuma e va a donne con totale disinvoltura) che solo la sua posizione sociale gli permette.

C’è il pubblicitario gay represso, sposato ma insoddisfatto proprio per la sua identità inespressa.

Ci sono i tipi dell’agenzia, giovani, rampanti, simpatici, eterni ragazzi nel lavoro e nella vita, in gara di cinismo con i più adulti, che vivono il cambiamento nell’ottica del potere e del tempo che passa.

C’è Joan, la donna per eccellenza, affidabile e tuttofare, che sa più degli altri cosa serve per soddisfare capi e clienti. Compagna e amante premurosa, che sa stare al proprio posto e dalla quale tutti vanno (anche le donne) perché ha saputo trovare il modo di esprimere il suo valore e la sua femminilità, facendosi forte proprio dei limiti e dei paletti che la società le pone.

Al contrario di Betty, mogliettina viziata che sulla divisione sessista dei ruoli ci gioca, per comandare facendo la vittima, e di Peggy, l’unica a diventare pubblicitaria partendo da zero, e che infatti è la più mascolina di tutte, che lotta per capire cosa vuole e come essere se stessa senza tradire le proprie ambizioni e vedersi relegata ad un ruolo marginale come tutte le altre.

E Pete, rampollo di famiglia, ambizioso, viziato e con l’ansia del paragone col padre.

C’è l’ambiente borghese della metropoli e del vicinato, l’american dream scandito dal possesso delle cose, e da una riservatezza che nasconde segreti e una solitudine diffusa.

Grandi storie, piccoli eventi

Fatto il quadro, bisogna vedere come gli elementi si combinano.

Ci sono serie dove quello che interessa è lo schema (CSI, con i regolari casi da risolvere), dove le dinamiche tra personaggi sono come un gioco di strategia (Damages) o un obiettivo finale dove tutto confluisce, un mistero a cui tutto è piegato, persino la verosimiglianza degli eventi e dei personaggi (Lost, Flashforward), altre dove i personaggi sono solo parte dell’ambiente (The Wire), altre dove conta la familiarità e la quotidianità dei loro fatti e misfatti (Sex and the city, Desperate Housewives, Friends) o lo sviluppo del protagonista (Dexter, In Treatment) altre ancora animate da una visione morale del mondo, che rappresentano attraverso l’agire dei personaggi (The Shield).

Mad Men si distingue da tutto ciò, non solo per la ricchezza formale della messa in scena, perfetta ai limiti del maniacale, ma per lo stile narrativo della storia e la raffinatezza delle interpretazioni.

Per farla breve, in ogni stagione di Mad Men succedono ben poche cose, ma sono cose grosse: matrimoni, tradimenti, ispirazioni creative, amicizie che si formano o si rompono, affermazioni professionali, cambiamenti sociali e di costume, rapporti familiari, giochi di potere.

Tutto succede naturalmente, mentre seguiamo, come ipnotizzati, tante altre piccole cose. Vediamo i nostri personaggi che fumano, bevono, si ingozzano di calorie e colesterolo, parlano, pensano, sognano, ricordano, riflettono, si vestono e si spogliano, vanno in un locale, a una festa, a un incontro d’affari, si guardano, si studiano, si incontrano e si scontrano, conoscono, viaggiano e si spostano, stanno a casa distesi sul letto o seduti a leggere: semplicemente vivono la loro vita. Così cinematografica nella bellezza degli atti e dei dettagli, così letteraria nei tempi in cui i personaggi e le situazioni si rivelano, così genuinamente televisiva nello sviluppo.

E mentre assistiamo allo svolgersi delle loro vite, riflettiamo sulle nostre, prendiamo posizione su di loro, ci gustiamo il senso delle cose come doveva essere a quel tempo, mentre i tempi cambiavano. La cornice d’epoca non prevale sulle storie come un calligrafica ricostruzione storica, ma si intreccia invisibile alle loro storie: uno sfondo sempre presente ma discreto, fatto di vestiti, accessori, design, tecnologia ed eventi raccontati in televisione. E la musica, presente solo sullo sfondo, tranne alla fine, quando regolarmente arriva in primo piano per chiudere la puntata, accompagnando i titoli di coda come un contrappunto ironico, amaro, speranzoso o nostalgico, di ciò che abbiamo appena visto e vissuto nell’episodio.

Tutto contribuisce a darci il sapore di quel mondo passato che torna a vivere con vivida brillantezza e che sembra attuale e presente più che mai, perché, alla fine, non è tanto o solo la curiosità verso quell’epoca che conta, ma il fatto che nelle differenze e analogie col presente, Mad Men dimostra di essere un ritratto universale, e quindi sempre valido, di quello che fa di un uomo un uomo e di una donna una donna: amore, rapporti, vincoli, ruoli, libertà, speranze, illusioni, istinti, paura, scelte e destino, società e individuo e di come, individualmente o socialmente, mettiamo o no in pratica tutto ciò, attraverso i nostri modi di essere, vestire e parlare: in poche parole, di vivere.

Lo stile è tutto

Non c’è un punto di vista che ci dica chi fa bene o male in Mad Men, dove sia il giusto o lo sbagliato, se fosse meglio prima o dopo i cambiamenti dei ’60. Ogni spettatore troverà buoni motivi per applaudire o condannare ognuno dei personaggi: considerare maschilisti o invece affascinanti gli uomini, viziate o travolgenti le donne, giustificandole nel loro senso di rivalsa o invece meritatamente punite per non saper stare accanto ai propri uomini.

Anche in questo Mad Men va controcorrente: si tuffa a capofitto, credendoci fino in fondo, in un’epoca passata, ma lo fa ribaltando i clichè morali su uomini e donne, e sui benefici della liberazione degli anni 60 rispetto ai “paletti” opprimenti degli anni ’50.

Pur nella consapevolezza dei limiti di quell’epoca e delle sue ingiustizie, in Mad Men c’è una profonda ammirazione per un tempo dove lo stile non era solo, riduttivamente, il nascondiglio ipocrita della verità e della sostanza delle cose, ma era la sostanza delle cose, influenzava i modi di pensare e di agire, obbligava tutti a un passo indietro pudico dove l’intimità del privato non veniva sbandierata ai 4 venti, dove l’espressione di se stessi avveniva dentro le regole, che si volessero seguire o trasgredire, in una cornice che obbligava tutti a mediare tra se stessi e il mondo, per raccontarsi, affinando lo stile per dire ciò che si pensava senza dirlo direttamente, in quel misto di verità e menzogna  che è anche il tratto comune delle grandi narrazioni, che un po’ ingannano per affascinare, ma tra le righe dicono la verità.

Così è Mad Men, leggete tra le righe, e scoprirete che la verità che racconta era davanti a voi tutto il tempo, ma non si è messo a gridarvela in faccia, vi ha chiesto fiducia e pazienza, in cambio vi ha fatto vivere la vita senza spiattellarvela come un reality o un’altra serie dal canovaccio scontato o dai facili effetti, tutto superficie e niente spessore. Perché se spesso sotto il vestito di un’apparenza seducente non c’è nulla, in Mad Men, sotto il suo splendido abito anni ’60, c’è tutto.

Aspettiamo con impazienza il ritorno di Mad Men, perché sarà un’altra stagione di una vita e di un mondo che non vogliamo smettere di vivere attraverso i suoi protagonisti.

Grazie Mad Men e buona fortuna.

Luca Piccirilli

I VOSTRI COMMENTI
C'è un commento
  1. 1
    pubblicato da: Martin Dressler | Un sacco di carta, il 4 agosto 2010 alle 09:22

    [...] della rete che l’ha scoperta e lanciata (e fatta scoprire anche a me, così, sulla fiducia): Cult. Io sottolineo solo che i Mad Men erano i pubblicitari nowyorkesi degli anni 50 che lavoravano [...]

Scrivi il tuo commento

QUESTA SERA SU CULT

ORE
21:00
ORE
23:00
Pubblicità