LOST IN TRANSLATION (L’AMORE TRADOTTO)

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lost in translation

Bob non riesce a prendere sonno nel grande albergo di Tokyo. Si gira dall’altra parte, aggiusta prima un cuscino, poi l’altro. Le grandi cifre digitali della sveglia segnano le 4 del mattino. Bob è rassegnato. Si alza dal letto, si infila una camicia, va al bar sempre aperto. Charlotte non riesce a prendere sonno nel grande albergo di Tokyo. E’ seduta accanto alla finestra da cui guarda la città illuminata dalle colorate ed incomprensibili insegne appese ai grattacieli. Prova a mettersi a letto, tenta inutilmente di svegliare il giovane marito. Charlotte è rassegnata. Si alza dal letto, si infila qualcosa addosso, va al bar sempre aperto. Bob e Charlotte sono seduti l’uno accanto all’altra al bancone del bar, non si conoscono ma si riconoscono. E’ così che nasce un rapporto tanto speciale da non avere bisogno di traduzione alcuna.

Lost in Translation è il quarto film di Sofia Coppola, figlia d’arte, volto noto al grande pubblico per avere recitato ne il “Padrino” nel ruolo di Mary Corleone. Ma qui è la figura della Coppola regista che ci interessa. E’ appena uscita dall’esperienza de “Le Vergini Suicide” e tenta ora un’altra storia autografa destinata ad ottenere la nomination nel 2004 agli Oscar per miglior regia, miglior attore protagonista (Bill Murray), miglior film (insieme a Ross Katz) e a vincerlo per la migliore sceneggiatura originale. Un film girato in sequenza, come raramente accade, in una Tokyo caotica e quasi indifferente alla telecamera che si muove per le vie inseguendo una sempre bellissima Scarlett Johansson. Uno spaccato della Tokyo contemporanea con tutte le sue tradizioni e contraddizioni, dalla cerimonia di matrimonio in Kimono alla passione per i videogame, dalle improvvisate “feste karaoke” alla psichedelia dei locali hard. Insomma, una Tokyo insonne come scenografia perfetta in cui si muovono, anch’essi insonni, i due protagonisti, Bob e Charlotte, Murray e Johansson; una scenografia che abbandoneranno solo alla fine, sussurrandosi poche parole all’orecchio che però, allo spettatore, non è dato ascoltare.

Donatella De Panfilis

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